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Cuba. Tra nostalgia e speranza


I Viaggi di Dan - June 2, 2015 - 0 comments

Reportage scritto e pubblicato per la Rivista Missioni Consolata // Torino - Giugno 2015

Cuba e l’attesa per il dopo «bloqueo» // Seconda parte

Sull’isola caraibica i cartelloni stradali non pubblicizzano prodotti di consumo, ma eroi della rivoluzione. Abituata a vivere con poco, la maggioranza dei cubani attende il cambiamento. Difficile capire come il prevedibile miglioramento economico trasformerà i ritmi (rilassati) della loro attuale esistenza.

Varadero. Mentre sono seduto al bar del mio hotel a sfogliare lo stradario, il barman mi chiede dove sono diretto. Gli rispondo che all’indomani partirò alla volta del Sud e, in particolare, per la zona di Cardenas e Matanzas. Mi suggerisce di parlare con Yandri, una delle responsabili dell’hotel che, come molti altri, proviene da Cardenas. Pare sia
la persona più adatta con cui scambiare qualche battuta e ricevere indicazioni.
La cerco alla reception, ma è impegnata. Mi dà appuntamento al bar, a fine serata. Quando la incontro mi offre dell’ottimo rum e s’informa sul mio lavoro. Non nega le sue origini ma per lei, che parla un quasi perfetto inglese e vive a contatto più con europei e nordamericani che con cubani, è un po’ imbarazzante parlare di Cardenas. Yandri si considera una privilegiata a poter gestire un hotel nell’area ricca di Cuba. Al contrario – spiega la donna -, la sua città di origine mi mostrerà proprio quegli aspetti di povertà e vita quotidiana che intendo  ocumentare.

Trascorriamo la serata a parlare e bere. A un tratto della conversazione, probabilmente per la stanchezza, la fiducia che le ispiro o semplicemente a causa di un sorso in più di rum, Yandri decide di lasciarsi andare iniziando a parlare della sua famiglia e della sua vita, ma soprattutto di come, grazie ai suoi studi e a suo marito, membro Abakuá, sia riuscita a emergere e a lasciare Cardenas.

Ormai rassegnato all’idea dell’«isolamento digitale», mi ritrovo inaspettatamente sollevato: posso finalmente disintossicarmi (pur in maniera forzata) dalla maniacale abitudine all’uso della rete a cui molti di noi sono quotidianamente sottoposti. Mi sento già più libero. Leggero. Mi preoccupo di noleggiare un’automobile in modo da potermi muovere in maniera autonoma nelle zone dell’isola che mi interessano e che si trovano a Sud delle paradisiache spiagge di Varadero. Mi viene proposta una fiammante auto cinese dal nome impronunciabile che, nei giorni successivi, darà prova del suo stato di usura, scarsa «qualità» e manutenzione. Nell’arco di poche ore, inizio a comprendere meglio le limitazioni e i vincoli imposti dal bloqueo.

Senza supporto satellitare, Google Map è privo di vita. L’unico modo per muovermi sull’isola sarà quello di tornare al vecchio, scomodo e silenzioso stradario che il noleggiatore mi ha messo a disposizione.

In hotel indago sul percorso e sui territori che mi interesserebbe fotografare. Incontro Jorge, un operatore turistico che, dopo avermi proposto tutti i suoi tour organizzati, desiste e cede il passo alla mia voglia di autonomia. L’uomo si lascia andare al racconto della precaria situazione a cui il popolo cubano è costretto a causa dell’embargo, pur sottolineando il fatto che persone come lui, operatori del settore più vitale del paese, vivono in realtà una situazione «privilegiata».

Jorge è molto scettico sulla mia intenzione di visitare le zone intee alla ricerca di testimonianze fotografiche e di volti lontani dal sole delle spiagge. È abituato alle migliaia di canadesi, italiani e tedeschi che vengono a Cuba solamente con l’obiettivo di bere rum, fumare sigari, godere del sole dell’isola, magari in dolce compagnia. Ad ogni modo mi fornisce indicazioni e suggerimenti strappandomi la promessa di mostrargli al mio ritorno le immagini scattate nel mio peregrinare.

Il mondo Abakuá

Ho sentito parlare di Abakuá molti anni fa, attraverso alcune letture sul popolo nigeriano. A memoria ricordo che non si tratta soltanto di una religione, ma di una società segreta mutualistica, a carattere religioso, che da molti è stata paragonata alla nostra massoneria. Adesso il mio pensiero e la mia curiosità si accendono su quella parola «di troppo» sfuggita a Yandri. Timidamente, le chiedo di approfondire l’argomento. La donna non si tira indietro, ma suggerisce di allontanarci dal bar e di fare una passeggiata in riva al mare, lontani da occhi e orecchie indiscrete.

Mi confida che è la prima volta che parla a uno straniero di quel mondo. Sottovoce racconta che gli Abakuá sono una setta segreta che pratica culti magici, è a partecipazione esclusivamente maschile e la sua solidità si fonda sulla riservatezza e sull’esclusione delle donne dal potere. Ancora oggi gli anziani di Cardenas raccontano come questa associazione sia stata fondata nel Sud della Nigeria da una donna il cui potere era così forte che tutti gli abitanti del paese si consideravano suoi schiavi.

L’atmosfera, il rumore delle onde e il cielo stellato della notte cubana creano lo scenario perfetto per questo racconto affascinante, da mille e una notte. Mi sento come mio figlio quando, a casa a Torino, durante le sere invernali, ascolta fiabe e aneddoti della tradizione africana: leggende e credenze di un patrimonio culturale e antropologico che a Cuba ha trovato ospitalità. Una società segreta che mantiene ancora le componenti di un universo religioso e musicale, fatto di magia, danze e simboli, fedeli al modello africano, a parte qualche influenza simbolica di carattere cristiano. La società Abakuá, come ancora oggi accade nella costa africana, possiede un proprio linguaggio codificato per i rituali praticati, e a Cuba il livello di stima all’interno dell’organizzazione si fonda sul grado di conoscenza di questa lingua antica.

Sono incantato e affascinato da quello che Yandri mi sta descrivendo con chiarezza, ma allo stesso tempo con un’accorta assenza di dettagli e riferimenti come impongono le millenarie regole della società. Purtroppo è notte fonda ormai e all’indomani dovrò alzarmi all’alba per riprendere il mio cammino.

La ringrazio per la fiducia che ha riposto in me e l’opportunità che mi ha dato di poter godere del suo racconto. Prima di lasciarci brindando con l’ultimo bicchiere di rum, mi scrive il numero di cellulare di suo marito, dicendomi che avrei potuto chiamarlo una volta a Cardenas qualora avessi avuto bisogno di supporto e indicazioni pratiche durante le mie riprese.

La prevalenza del Che

Dopo pochissime ore di riposo, al mattino presto mi rimetto in viaggio. Percorrendo le strade cubane nemmeno all’occhio più distratto sfugge un particolare. Una delle caratteristiche uniche di Cuba è l’assenza di cartelli pubblicitari di quell’immaginario a cui in Occidente siamo abituati: effetti speciali, automobili elettriche e tablet di ultima generazione. Qui i volti sui cartelloni pubblicitari non sono quelli di modelle famose. Sono raffigurati epici disegni e gigantografie di Che Guevara e slogan di propaganda politica che inneggiano ai valori e ai trionfi della Rivoluzione o ricordano gli effetti deleteri dell’embargo. I pochi chilometri dell’autopista che mi porta verso Cardenas sono rovinati e spesso pieni di buche. Mi fanno compagnia decine di Cadillac, Chevrolet, Buick, Dodge rumorose e scoppiettanti ed enormi autobus turistici che trasportano masse di persone verso la più famosa e rinomata Trinidad, situata quasi sulla costa Sud dell’isola.

Mi rendo conto molto presto che sto per entrare in una dimensione di Cuba totalmente diversa da quella vista finora. Incrocio e sorpasso carretti e carrozze trainate da buoi e cavalli. Mezzi di trasporto d’altri tempi che si fanno sempre più numerosi man mano che mi addentro nei piccoli centri abitati ma che presto diventano la normalità nelle stradine intee dove, sempre più spesso, mi ritrovo a dare la precedenza a un cavallo piuttosto che a un’automobile. Cardenas sorge a soli dieci chilometri a Sud di Varadero ed è la città dormitorio della maggior parte della forza lavoro della costa. Lontana dai riflettori del turismo, essa offre uno spaccato della vita cubana, oltre a cultura e storia, testimoniate da edifici coloniali ormai fatiscenti.

Sul ciglio delle strade

Parcheggio l’auto in quello che è il centro della vita sociale della cittadina, Parque Colón, la piazza dove sorgono la cattedrale dedicata all’Immacolata Concezione, in perfetto stile coloniale, e il monumento a Cristobál Colón. È la prima statua eretta a Cuba in memoria di Cristoforo Colombo nel 1862. Celebri e scolpite nella memoria storica degli abitanti di Cardenas le parole che il genovese pronunciò appena sbarcato a Cuba: «Non ho mai visto paese più bello». La città non nasconde il suo stato di decadenza, le sue strade sono malmesse, piene di rifiuti e attraversate, anche qui come a La Habana, da rivoli d’acqua di ogni genere. Tuttavia è sufficiente percorrere l’Avenida de Céspedes per assaporare il vero spirito cubano, quello fatto di musica, sorrisi e felicità a dispetto del poco che un’economia stanca e impoverita offre agli abitanti dell’isola. A Cardenas uno straniero è abbastanza raro da avvistare e per questo attira molto presto l’attenzione degli abitanti che vivono le loro giornate sul ciglio delle strade. Insomma, non passo inosservato. Anche qui il rituale dell’approccio è lo stesso: «Sigari? Ron? Chica?».

Sono tutti molto disponibili a farsi fotografare e ognuno mi racconta un pezzo della propria esistenza. Pillole di vita dal ritmo lento o forse rassegnato, lontano anni luce dalla nostra realtà fatta di stress, inutili lotte contro il tempo, insoddisfazione e consumismo esasperato. Enrique, giovane molto curato ed elegante, dice di essere un «benefattore» per le turiste canadesi. Aleida, con i suoi due piccoli figli vestiti di niente, racconta il suo sogno di andare in Italia come sua cugina. Yisel, dietro al suo banchetto di verdure, mi chiede di trovare un marito italiano per la sua giovane e bella figliola che timidamente, imbarazzata per le parole della madre, mi fissa seduta su un gradino poco distante. Lucrecia, donna di circa 75 anni, dai lineamenti delicati e memori di un’antica bellezza, è vedova e vive da sola. Mi invita a entrare in casa offrendomi da bere e mi racconta di sua figlia che abita in Germania. Vive di stenti in attesa del ritorno a Cuba dei suoi nipoti, ma dimostra piglio, dignità e tutto il proprio orgoglio cubano mentre mi parla. Mi fissa con le lacrime agli occhi e il suo sguardo profondo sembra trasmettermi in pochi attimi tutta l’essenza del suo popolo.

Un futuro di nostalgia?

Sono molto rari i visitatori tentati di spendere qualche ora a Cardenas, Matanzas, Colico. È difficile che qualcuno scenda dall’autobus per lasciarsi trasportare dal fascino del silenzio e della desolazione che pervade le viuzze di paesini dimenticati e quasi disabitati come San Miguel de los Baños, lontano dal frastuono delle città più famose e della costa.

È qui che resiste l’ultimo baluardo dello spirito cubano. I turisti occidentali sono figli e schiavi del marketing superficiale e artefatto dei tour operator: spiagge, sole, relax e finzione perdendo di vista il senso della storia, della cultura, del viaggio, della scoperta. È soltanto in queste zone isolate e sperdute che si ha la possibilità di entrare in contatto con il passato di Cuba e con la gente al tempo dei fratelli Castro.

Dopo la stretta di mano e gli accordi tra i presidenti Raúl e Obama (Città di Panama, 10-11 aprile 2015), tra qualche anno (non molto lontano, credo), questa Cuba probabilmente cambierà o scomparirà del tutto, magari sotto i colpi delle multinazionali ormai alle porte.

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