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Visione ed Espressione di un fotografo umanitario


I Viaggi di Dan - May 15, 2021 - 0 comments

Torino - 15 Maggio 2021

L’obiettivo di un fotografo, soprattutto quello di un fotografo umanitario, è capire se le immagini realizzate possano essere d’impatto. Possano avere un significato o meno. Ciò che rende una fotografia di impatto, che sia in grado cioè di trasmettere un messaggio, una storia in modo chiaro ed inequivocabile, risiede nella capacità del fotografo di comunicare pensieri o sentimenti chiave.

I concetti di comunicazione ed espressione sono fondamentali in questo processo. Per quanto importante sia l’intento di realizzare una fotografia, questo rimane tale e imprigionato nel nostro immaginario e non realizzato finché non viene esternalizzato.

Scrittori, cantanti, pittori hanno le proprie modalità per tirare fuori la loro interiorità. I fotografi hanno la fotografia. Non la fotocamera. La fotografia. La fotocamera è solo lo strumento.

La fotografia è espressione di quell’entità interiore che scalpita per uscire.
Il modo in cui realizziamo quella determinata immagine e quanto questa si avvicini all’espressione di ciò che desideriamo che rappresenti, determina l’efficacia e la capacità di impatto e di empatia a cui aspiriamo ardentemente. Per farlo usiamo il linguaggio della fotografia. È così con tutte le forme d’arte.

Strumenti e linguaggio

Per usare un paragone nell’abito musicale. Un violinista usa il violino. Ma è solo il suo strumento. Il suo linguaggio è la musica con cui si esprime attraverso l’uso sapiente dello strumento. Le sue note riecheggiano nella nostra anima e ci fanno piangere o gioire perché il violinista conosce così bene il linguaggio della musica da poterlo maneggiare con le sfumature e l’abilità necessarie per colpire le nostre parti più profonde. Quel musicista, in grado di generare in noi emozioni attraverso la combinazione delle note musicali, sa evidentemente cosa vogliano dire visione e intento e attraverso la musica riesce a raggiungere il suo obiettivo di emozionarci usando e portando al limite la sua capacità di maneggiare il suo strumento.

Uno scrittore usa il linguaggio allo stesso modo; più ampio è il suo vocabolario, maggiore è la sua padronanza grammaticale, più sarà creativo nel combinare le parole per creare nuovi significati, situazioni, descrizioni e di conseguenza generare sensazioni, emozioni, immaginazioni nel lettore. Vocabolario e grammatica amplificheranno in maniera esponenziale la sua capacità di espressione.

Anche i fotografi hanno una lingua

La consapevolezza e l’uso di quel linguaggio ci permette di passare dall’avere semplicemente una visione all’essere in grado di esprimerla. Quel linguaggio è unico anche se non è diverso concettualmente al linguaggio impiegato da musicisti o scrittori. Ciò che condividiamo con altre forme di espressione è la cornice e il vincolo della bidimensionalità. Migliore è la nostra conoscenza della lingua, maggiore è la nostra espressione.

C’è anche un’altra componente fondamentale che si aggiunge a tutto questo.
Se decidiamo di fare un workshop con un musicista famoso è improbabile che ci faccia fare esercizi sulle scale musicali. Sono esercizi che possiamo fare nel tempo libero.
Quando organizzo webinar di storytelling o fotografia umanitaria, quello che faccio con i partecipanti non è descrivere le centinaia di impostazioni di una fotocamera o le regole della fotografia di base. Quello che facciamo è visionare, analizzare, discutere e confrontarci su immagini realizzate durante i reportage o progetti di documentazione. L’obiettivo è quello di imparare a parlare di ciò che vediamo all’interno dell’inquadratura, quali elementi ci sono e quali decisioni sono state prese sul campo dal fotografo e che lo hanno portato a realizzare quella determinata immagine e a rappresentare quello che intendeva esprimere.

Raccontare, descrivere, commentare

Una delle cose più complesse e complicate per un fotografo o aspirante tale è riuscire a raccontare, descrivere, commentare delle fotografie.

Se fossimo tutti bravi con le parole, probabilmente non useremmo una fotocamera per esprimere attraverso un’immagine quello che abbiamo dentro. Non abbiamo sempre la capacità di usare le parole per esprimerci e raccontare. Credo tuttavia che la cosa più grave non sia la mancanza di parole quanto la difficoltà di comprensione di quanto stiamo osservando. Semplicemente non sappiamo come pensare e quindi come descrivere le fotografie che stiamo osservando.

Tutto questo per dire che una sempre maggiore conoscenza e consapevolezza del linguaggio ci porta inevitabilmente verso la capacità di usare quel linguaggio per esprimerci e ad un approccio consapevole al nostro processo fotografico.

Essere consapevoli di ciò che vogliamo dire e di come lo vogliamo dire ci porta alla realizzazione di immagini che sono in grado di esprimere quella voce interiore unica e preferisce la macchina fotografica come mezzo per far uscire quelle parole e metterle sulla carta.

Nel nostro caso, le “parole” sono gli elementi che ci circondano e la carta è il frame, lo spazio dell’inquadratura. Non ci resta che disporre questi elementi all’interno del frame. L’obiettivo non è la visione. L’obiettivo è l’espressione. Ed è qui che entra in gioco il linguaggio visivo.

Una comprensione di ciò che sta accadendo all’interno dell’inquadratura e un approccio consapevole alla creazione di immagini che parlano questa lingua, sono gli elementi che ci portano a creare immagini potenti che esprimono quello che abbiamo dentro e che sta scalpitando per uscire.